L'intima relazione tra il feto e la madre

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A fine 2016 l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha respinto la richiesta di introdurre linee guida aperte alla regolamentazione della maternità surrogata, più nota con la cruda espressione di “utero in affitto”. Il tema è di grande rilevanza per la psicologia, perché tocca una relazione particolarissima tra due esseri umani molto diversi fra loro ma strettamente uniti: l’uno – il feto – si trova nelle fasi iniziali, particolarmente critiche, del suo sviluppo come individuo; l’altro – la donna che lo porta in grembo – entra in intimo rapporto fisico e psichico con lui. Si tratta di una relazione unica e molto complessa, nella quale gli aspetti biologici e psicologici sono strettamente intrecciati.

Limitando l’analisi allo sviluppo del feto, alcune conoscenze sugli effetti di questa relazione sono ormai acquisite, benché moltissimo sia ancora da scoprire. Per esempio, l’organizzazione in senso maschile o femminile del cervello del feto non dipende dal suo sesso genetico: i cervelli di tutti i feti sono inizialmente organizzati in senso femminile. La specializzazione in senso maschile avviene nel secondo trimestre di gravidanza, sotto l’effetto della secrezione ormonale della gestante, verso la quale i feti femminili attivano meccanismi di protezione.

L’organizzazione finale del cervello è quindi il risultato degli effetti degli ormoni della gestante e del loro regolare funzionamento, e non degli ormoni che governano lo sviluppo del corpo, maschile o femminile, del feto. Questo processo può essere alterato dallo stress materno. Benché non sia al momento noto se questa diversa organizzazione neurofisiologica possa essere alla base dell’orientamento sessuale e delle differenze di genere, risulta evidente che le sue conseguenze vadano ben al di là della nascita. Siamo, quindi, di fronte a un’influenza biologica sul feto da parte della gestante, che è mediata dalle sue condizioni di benessere psicologico e ha conseguenze durature sul cervello e sul funzionamento psichico dell’individuo.

Anche lo sviluppo cognitivo non inizia con la nascita ma nella vita prenatale, ed è legato all’intima relazione con la gestante. In particolare, è stato individuato un periodo critico per l’integrazione neuromotoria del feto tra le 24 e le 34 settimane, con conseguenze su attivazione, attenzione e primi apprendimenti. Si fissano così nel cervello del feto le primitive memorie motorie e sensoriali, che derivano dalla ripetizione di azioni o stimoli; queste sono alla base, dopo la nascita, dell’intelligenza sensomotoria e dell’emergere delle prime rappresentazioni mentali. In generale, l’esperienza prenatale agisce sulla preferenza postnatale a certi stimoli, mentre alcuni apprendimenti, come il riconoscimento della voce materna, hanno origine già nella vita fetale. Anche sullo sviluppo cognitivo agiscono le condizioni emotive della gestante. In particolare, il futuro sviluppo motorio e cognitivo del neonato è alterato dallo stress materno e dall’ansia per la gravidanza, con conseguenze rilevabili in tutto il primo anno di vita; gli effetti negativi sembrano essere maggiori se la madre ha sofferto di stress e ansia nelle fasi precoci della gestazione. Di conseguenza, lo stress materno in gravidanza viene oggi considerato uno dei determinanti delle variazioni temperamentali e del ritardo nei neonati, e si ritiene possa costituire un fattore di rischio per lo sviluppo psicopatologico più tardi nella vita.

Da questi studi emerge la stretta connessione tra fattori biologici e psicologici, così come la continuità tra sviluppo prenatale e postnatale. La relazione tra la madre e il feto garantisce lo sviluppo neurofisiologico e i primi apprendimenti, con conseguenze che non si limitano alla gestazione e non finiscono con il parto, ma possono durare per tutta la vita. Lo stretto legame fra tutti questi aspetti era, d’altro canto, già ben presente nella teorizzazione sull’attaccamento di John Bowlby. Secondo tale modello, la relazione tra la madre e il neonato, e il legame che ne consegue, sono il risultato di un’evoluzione biologica che ha dotato sia il bambino sia la madre di una serie di schemi comportamentali a base innata. Questi si sono evoluti nel corso della filogenesi per la loro indispensabile funzione adattiva, nello specifico per garantire la protezione del piccolo e le sue migliori condizioni di sviluppo, in un essere che è destinato a morte certa se non è accudito per lunghissimo tempo. Tali schemi comportamentali si attivano alla nascita (ne sono esempio il piangere, l’aggrapparsi, il succhiare) nell’incontro tra la madre e il neonato; essi, però, non compaiono dal nulla, ma sono in continuità con la gestazione e in particolare con lo sviluppo motorio fetale.

Dagli studi della psicologia dello sviluppo emerge dunque il quadro di una relazione biologica, e allo stesso tempo psicologica, intima e continuativa tra il feto e la gestante. Quest’ultima non può essere relegata al ruolo di asettica incubatrice del cosiddetto “prodotto del concepimento”, dal momento che esercita sullo sviluppo del feto un’influenza che si proietta oltre la nascita. Questa relazione stretta è il frutto di un’evoluzione filogenetica complessa che ha selezionato in tempi lunghissimi modalità di sviluppo e schemi comportamentali adatti a garantire le migliori condizioni di crescita al feto prima e al neonato poi. Compito della cultura e della tecnologia dovrebbe essere quello di assecondare al meglio le condizioni di sviluppo cui la filogenesi ci ha predisposti, in modo da garantire uno sviluppo ottimale. Scardinare tali condizioni, legittimando pratiche che intenzionalmente rompono la relazione biologica e psichica che è all’origine dell’esistenza umana, non offre certo queste garanzie di buono sviluppo.

Silvia Bonino professore onorario di Psicologia dello sviluppo nell’Università di Torino
articolo è di Silvia Bonino ed è presente nel numero 262 della rivista


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